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CODICE ROSA AL PRONTO SOCCORSO DEL SAN GIUSEPPE

Categoria: Notizie
Creato Lunedì, 25 Novembre 2013 08:32
Ultima modifica il Lunedì, 25 Novembre 2013 08:32

Da maggio 2013, dopo l’istituzione del “Codice rosa” sono 33 i casi di violenza sulle donne e minori arrivati al Pronto Soccorso di Empoli. Il codice rosa si configura come un percorso di accoglienza e protezione.


Il “Codice rosa” costituisce il primo frutto di un percorso che nasce con il progetto CREA - sulla violenza di genere, coordinato dal Comune di Montelupo Fiorentino, in collaborazione con i comuni dell'Unione, le Società della Salute di Empoli e del Valdarno e della Asl 11.

“Il progetto CREA, con gli interventi formativi rivolti a insegnanti e operatori, i laboratori didattici e la costituzione di un tavolo permanente intersettoriale sulla violenza di genere, ha predisposto il terreno affinché l’Azienda Sanitaria potesse candidarsi per la sperimentazione del “Codice rosa”, appena dopo la prima fase, che ha coinvolto i comuni di Grosseto, Lucca, Prato, Arezzo e Viareggio.
Siamo stati in grado di cogliere questa importante opportunità perchè eravamo pronti e avevamo lavorato per formare e raccordare tutti i soggetti attivi sul tema a livello di area”, afferma il sindaco Rossana Mori.

Abbiamo chiesto a Sonia Gasperini della Asl 11 come è organizzato.
L’attivazione del “Codice rosa” parte al momento dell’accesso al Pronto Soccorso: gli infermieri, opportunamente formati, capiscono quando è il caso di accompagnare una donna o un minore nella “stanza rosa”.
     In caso di abuso scatta automaticamente la denuncia e viene attivata immediatamente una “task force” composta da assistenti sociali, psicologi, forze dell’ordine per attivare il percorso di protezione.
    In caso di maltrattamenti questo gruppo interistituzionale viene attivato a seguito di una denuncia che può essere fatta dalla donna, oppure, grazie alla nuova legge, anche dagli operatori sanitari che in quanto pubblici ufficiali hanno il dovere di denunciare i maltrattamenti. Dopo di che partono le indagini delle forze dell’ordine.

A questo proposito, a settembre è stato firmato un protocollo con le Procure e le Forze dell’ordine di Pisa e Firenze….
La nostra Asl insiste su due diverse Province ed è essenziale che tutti i soggetti attuino lo stesso comportamento, affinché tutte le vittime abbiano risposte analoghe e non legate alla buona volontà o all’esperienza del singolo operatore.
Il raccordo fra operatori sanitari e forze dell’ordine è essenziale per garantire la maggiore sicurezza possibile a chi sceglie di denunciare l’aggressore.
È per questo che è indispensabile un coordinamento pubblico dell’intero progetto. La Regione Toscana ha dato un’indicazione chiara in materia: è lo Stato che si deve fare carico delle vittime di violenza e supportarne l’accoglienza, la protezione e il reinserimento nella società.
Quando una vittima viene dimessa dall’ospedale sono i servizi sociali che devono coordinare tutte le attività, anche avvalendosi di un’importante esperienza a livello associativo presente sul territorio.
Nel nostro ambito abbiamo due realtà strutturate e con anni di esperienza: Frida e Lilith. Sono una risorsa a cui il pubblico può fare ricorso, ma necessariamente devono intervenire in maniera organica e coordinata con tutto il resto. 

Che cosa accade a una donna che denuncia abusi o violenze?
Al momento della denuncia come dicevo prima si attiva la task force, viene allontanata dal suo “carnefice”, spesso lo stesso compagno che l’ha condotta al pronto soccorso. Viene ricoverata se ha necessità di cure o se è necessario del tempo per trovare un luogo di accoglienza idoneo, nei casi più gravi fuori Provincia o fuori Regione.

Possono accedere al percorso del “Codice rosa” solamente donne con lesioni evidenti?
No. Possono recarsi al Pronto Soccorso tutte le vittime di violenza, facendo presente la loro condizione agli infermieri dell’accettazione; verrà ugualmente attivata la task force.
I 33 casi che sono arrivati al nostro ospedale a partire da Maggio sono diversi fra loro. Alcune donne avevano segni evidenti, in altri casi erano persino incinte, altre ancora non avevano ferite importanti. Sono arrivati da noi anche alcuni minori, circa 6.
I casi arrivati da noi  riguardano in prevalenza violenza domestica e interessano tutte le classi sociali, i livelli di istruzioni e la nazionalità. Alcuni erano piuttosto gravi
Il quadro che si delinea sul nostro territorio è simile a quello dipinto dall’organizzazione mondiale della sanità.

L’attivazione del “Codice rosa” è una risposta importante. Cos’altro è possibile fare?
“Il Codice rosa” e prima ancora il progetto Crea, volto proprio a costruire una rete territoriale, hanno introdotto una novità sostanziale: le violenze su una donna o un minore  non sono eventi che afferiscono alla sfera privata, al contrario hanno una ricaduta sulla società ed è la collettività  attraverso le istituzioni che hanno il dovere di farsi carico delle vittime e nello stesso tempo promuovere politiche di prevenzione.
Quando una donna arriva al Pronto Soccorso, la violenza è stata commessa. Noi dobbiamo lavorare per prevenire, affinché ciò non avvenga.
La violenza sulle donne è strettamente correlata ad una cultura patriarcale che ha radici profonde, secondo la quale è l’uomo il capofamiglia e può disporre di tutti i membri.  In apparenza le cose sono cambiate, ma in realtà si tratta di convinzioni profondamente radicate.  
         Dobbiamo quindi intervenire per smuovere queste convinzioni, soprattutto nelle generazioni più giovani.

Un percorso complesso che presuppone l’acquisizione di competenze a diversi livelli.
Grazie ai fondi regionali e ad un investimento della stessa Asl abbiamo iniziato corsi di formazione rivolti agli operatori che possono avere a che fare con vittime di violenza: infermieri, assistenti sociali, medici del pronto soccorso, ma anche medici di base e pediatri e persino gli operatori dei Centri per l’impiego.